Quindici anni fa, durante una lunga permanenza a Monaco (München) visitai il campo di Dachau (Nota bene per i miei strapagati “anchor persons” alla RAI: non si dice Dachàu, bensì Dàchau).
Sono uno di quelli che hanno già dentro sé i valori della “pubblicità progresso” ma non cambiano canale quando in TV c'è la pubblicità progresso; però Dachau non mi parlò.
Vedere il signor Gasiani (stamattina a colloquio con le nostre centinaia di alunni e alunne, e stasera nuovamente di fronte [accidenti!] a poche decine di persone adulte) e vederlo così fresco, leggero, umilmente ragazzino mi regala invece un lungo momento indimenticabile, l'emozione viscerale dei sentimenti vissuti e respirati.
Bene dice l'autore del racconto, Alessandro De Lisi, di sentirsi il vecchio della situazione nel confronto col giovanotto Gasiani. Non solo perché «poco fa, per salire qui al terzo piano, io [De Lisi] ho preso l'ascensore mentre lui [Gasiani] ha fatto le scale, a piedi»; ma anche perché De Lisi parla col peso della cultura degli “imparati”, mentre Gasiani si esprime con l'immediatezza corporea e terragna dei figli della civiltà contadina («eravamo ventidue in famiglia»), con l'emozionante spontaneità del ragazzino ancora carico di stupore.
Grazie gentile testimone Armando Gasiani, grazie Alessandro De Lisi, grazie caro collega Giuseppe Fusi e grazie a tutti quelli che hanno collaborato a Rovereto per farmi questo regalo prezioso.
Buona giornata della memoria a tutti.

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