Ebbene sì, oggi mi dedico alle mutande. Le mie? Ma va là. A quelle dei nostri scolari.
Negli ultimi anni—per chi non se ne fosse accorto—dopo la moda della vita ultrabassa per le femmine (con tanghino in vista, forse a scongiurare che qualcuno possa dire: «Guarda quella là che sporcacciona, non mette neanche le mutande»?) si sta imponendo tra i maschietti la vita-sotto-la-piega-del-sedere.
Com'è possibile questo? Ma semplice: indossando dei parigamba—generalmente neri o blu, oppure coloratissimi, a righe, molto appariscenti. E accettando di camminare come tanti derelitti.
La domanda che mi sorge sempre spontanea è: ma come fanno a "stare su" quei pantaloni? Per caso i maschietti sotto la felpa extralarge e extralong indossano le tiracche (=bretelle)?
No, niente tiracche.
Molto semplicemente, quei pantaloni stanno "su" per miracolo.
Un grosso aiuto viene dalla mano, continuamente impegnata (o da sola sul retro, o con la compagna tramite impugnatura sui fianchi) a tirar su ciò che, in ossequio alle misteriose leggi della fisica, di per sé cade.
Le scene più ridicole avvengono sulle scale del nostro istituto, dove maschi e femmine nel salire le scale sono costretti a metter mano continuamente (almeno ogni cinque scalini) alla braga scivolata in giù.
La differenza tra maschioni e femminucce sta nel fatto che le femmine allungano la mano verso il retro con fare quasi pudico e generalmente—mi pare—in reazione alla presenza percepita sul retro di un possibile osservatore adulto; il gesto è quasi sempre accompagnato a uno sguardo laterale verso l'osservatore—intendo per sguardo laterale quello sguardo tipicamente femminile che non fissa l'oggetto direttamente, ma lo apprezza con la coda dell'occhio.
Viceversa i maschi eseguono l'indispensabile manovra correttiva senza apparente percezione di un'osservazione esterna; e mentre il gesto femminile tende a essere—o voler sembrare—nascosto (come se la persona credesse realmente che facendo finta che nessuno se ne accorga, per magia effettivamente nessuno dovesse accorgersene), il gesto maschile è non meno stereotipo nella sua platealità, nel suo "essere (co)scientemente pubblico".
La differenza nel gesto nasce dalla diversa architettura vestimentaria (!): mentre nelle femmine la caduta della braga apparentemente non influisce più di tanto sulla funzionalità ambulatoria, permettendo comunque—sia pur a prezzo di un'aumentata fatica e della pubblica esposizione della parte alta delle natiche—anche di salire le scale, un maschio (o qualsiasi persona) con le braghe calate all'altezza dell'inguine è realmente impedito o impossibilitato non solo nel salire le scale, ma anche nel compiere passi della lunghezza ormai tradizionale per la specie umana.
Osservate questi begli esemplari adolescenziali e vi renderete conto di persona che l'ambulazione è realmente modificata rispetto all'iconografia (cinematografia?) che conserviamo nel nostro ricordo. Al camminare pensoso, meditativo concorrono le scarpe—talvolta estremamente appiattite al suolo come le zampe di un papero, talaltra di dimensioni turgide al di là di qualsiasi considerazione pratica; sempre però rigorosamente slacciate. (I lacci però sono invariabilmente sistemati con gran cura secondo un'estetica che come impone nella grafia manuale di eliminare il punto sulla i minuscola, così nell'abbigliarsi impone la soppressione visiva del capo dei lacci oltre che di qualsiasi nodo visibile. Fateci caso.)
I colleghi insegnanti di educazione fisica riferiscono periodicamente di infortuni comici avvenuti durante una corsa degli allievi o durante una partita a calcetto: nel caso più lieve la scarpa slacciata viene persa e deve essere recuperata; nel caso meno simpatico un altro allievo riceve una sonora ciabattata in faccia. Cerco di immaginare queste lezioni dove le scarpe volano da tutte le parti come in una vignetta di Calvin & Hobbes. Darei qualcosa per poter essere lì con una videocamera nel momento giusto.
Un giorno ho chiesto a un allievo di spiegarmi dove si procuri quei jeans a vita ultrabassa ma lui mi ha mostrato che erano semplicemente jeans normalissimi, ma tre o quattro taglie più grandi: giusto quel tanto che serviva a farli cadere e afflosciarsi di quel tanto che nel circolo dei suoi pari evidentemente si considera "gallo".
Ho chiesto a qualche genitore di spiegarmi cosa pensi del fatto che suo figlio vada in giro (e venga a scuola) col sedere fuori dalle braghe e mi è stato detto: «Ma quando mio figlio esce di casa ha i pantaloni con la cintura in vita, in ordine.» (Il figlio slaccia la cintura e cala le braghe mentre scende le scale del condominio, così che già alla fermata dell'autobus i "pari" possano prenderlo sul serio.)
Chiederei volentieri a qualche madre (e a qualche padre, perché no?) cosa pensi del fatto che sua figlia vada in giro mostrando il sedere; e vorrei anche sapere quale genitore compera alla propria figlioletta adolescente quegli straccetti che sembrano piuttosto fili interdentali che mutande.
Immagino che rispondere sensatamente, dimostrando coerenza pedagogica, sarebbe difficile.
Vorrei anche chiedere: «Lei che effetto crede che faccia a noi insegnanti vedere Sua figlia anche in pieno inverno con metà del seno pubblicamente esposto, oltre all'imboccatura delle natiche e a una discreta dose di ciccioli (fianchi e pancino)? Lei si rende conto del fatto che noi insegnanti nella scuola siamo lavoratori? E si rende conto del fatto che siamo a scuola—non in una discoteca?»
Ma forse sono domande troppo complicate.
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