venerdì 25 dicembre 2009
Selver Kurtalic
Addio caro Selver,
piccolo soldato, hai combattuto disperatamente fino alla morte ma non ti verrà mai intitolata alcuna strada. Il tuo torto è stato di appartenere a un esercito che non serve nessuna bandiera.
Ti sei battuto senza lo schioppo, così nessun vescovo ha mai benedetto la tua guerra come una guerra giusta, o santa. Ma forse eri nato nella religione sbagliata.
Hai combattuto quella guerra senz'armi che tocca a chi nasce con un peso in più rispetto agli altri, e per questo nessun libro di storia ti citerà mai col nome di eroe: siete in troppi, e non riceverete alcuna medaglia.
Ti ho conosciuto a scuola, all'IPC Martino Martini, e nell'anno scolastico 2004-2005 per nove mesi abbiamo imparato insieme il tedesco. Tu che avevi imparato anche l'italiano come lingua straniera, proprio tu imparavi il tedesco meglio di tutti i tuoi compagni di classe, e sei stato un modello per ciascuno di noi.
Ogni giorno e ogni ora che abbiamo passato insieme, mi hai insegnato cosa vuol dire vivere. E me l'hai insegnato senza dire una parola.
Finché campo, non potrò dimenticare il sorriso triste che riuscivi a strapparti per rassicurarci.
Di fronte a quello che hai passato tu, qualsiasi mia angustia diventa una meschinità, una cosuccia di cui sorridere e vergognarsi.
Sarai uno dei maestri che mi porterò nel cuore, e spero di vivere a lungo per poterti ricordare molte volte. Chissà, forse vivrai ancora nel nostro ricordo.
Grazie, caro Selver. Addio.
giovedì 24 settembre 2009
Paga per le cose in cui credi
Ho fatto una donazione per sostenere Wikipedia:
Sì, lo so che è poco.
Sì, lo so che ci sono migliaja di cause più meritevoli.
Sì, vorrei donare qualcosa anche per tutto quello che fanno i miei eroi di Amnesty International e di Emergency e tutti gli altri.
E sì, continuo a sentirmi in colpa perché...
Perché sono vivo.
Perché «ho due gambe e due braccia».
Perché sono cresciuto nella bambagia e non m'è mai mancato nulla.
Perché non faccio nulla per risolvere i problemi del mondo.
Perché... Perché, perché, perché.
Però. Però credo nella cultura. Credo nell'informazione. Credo nell'informazione distribuita e autocostruita.
Credo in Wikipedia, che mi è accanto ogni giorno e mi aiuta nella mia ricerca della conoscenza.
Credo nel sincero lavoro delle migliaia, milioni di volontari che contribuiscono ogni giorno, ogni ora, ogni minuto alla crescita e al miglioramento di quella invenzione meravigliosa che è l'universo Wikimedia!
Grazie Wikipedia, I love you.
If you don't pay for the things you believe in, money is worth just nothing. (Claudio H. Marsilli, 2009 :-)
giovedì 18 giugno 2009
Cartacce!
Sono riuscito a superare quella fatica d'Ercole che ogni anno scolastico fa impazzire migliaja d'insegnanti (almeno qui da noi, in Trentino): la consegna dei registri delle "ore maledette"—le ore del recupero dei dieci minuti (!) e le "quaranta ore" della "flessibilità didattica", e sono persino riuscito a compilare un paio di righi (sic: vedi 730) del "fondo d'istituto" (!).
No, è inutile—chi è fuori della scuola, o meglio fuori dell'insegnamento, non può capire :-(
Non capiamo neppure noi che siamo "dentro" (un carcere, :-D ): regolamenti astrusi, figli e nipoti carnali di contrattazioni nazionali e provinciali; produzione di documenti che nessuno mai leggerà, morti inutili di alberi innocenti, spreco di sudorini ascellari (molto simili a quelli connessi alla compilazione del 730) e di risorse di calcolo (ore uomo [o donna]).
Se durante l'università o durante la SSIS o quando ci preparavamo al concorso ordinario ci avessero detto che ci aspettava questo, in molti avremmo gettato la spugna.
La cosa più buffa (be', una delle tante ;-) è che in teoria noi insegnanti dovremmo essere... Hmmm... Be', non dico mica "la crème de al crème", ma accidenti, se la nazione sceglie i suoi insegnanti tra i cervelli più marci non c'è mica da stupirsi se poi in Italia abbiamo il caos che abbiamo—o no?
Insomma, a me questa cosa che gli insegnanti debbano sbrigare così tanta burocrazia sembra un orripilante spreco di risorse. Io protesto.
giovedì 11 giugno 2009
Fine della squola
Anzi, son già passati due giorni dall'altro ieri e comincio a sentirmi meglio. Stavolta è stata dura. Per tutto il secondo quadrimestre ero a scuola da tre a quattro pomeriggi tutte le settimane, tra corsi per preparare allievi alle certificazioni linguistiche, corsi di approfondimento per gli alunni più motivati (so che in certe scuole li chiamano "di eccellenza" ma mi sembra una cosa brutta chiamarli così) e corsi di recupero per gli "alunni meno motivati" e corsi di aggiornamento (per noi insegnanti, più o meno motivati).
Ah, io quest'anno ho cercato di iniziare a usare Moodle. Gallo. L'anno prossimo lo voglio usare regolarmente.
Che bazza! Per il secondo anno consecutivo, mi salto la maturità: l'anno scorso, per la quinta IGEA, avevamo deciso di comune accordo di far fare ai ragazzi inglese all'esame; quest'anno una collega cui toccava sicuramente di essere in commissione all'esame del "linguistico aziendale", ha messo ben in chiaro di non avere la benché minima intenzione di ciucciarsi anche una seconda commissione all'IGEA e dunque mi è toccato far buon viso a cattivo gioco e adattarmi—se pure a malincuore ;-)—a iniziare immediatamente la vacanze. Che sfiga, neh?
Insomma, sto già cominciando a sentirmi "normale", che in realtà sarebbe "meglio" di come stavo "prima".
Ho la ferma intenzione di trascorrere tutta l'estate a Rovereto, godendomi questa cittadina che adoro e in cui mi sento come un topino nel formaggio.
Viva le vacanze!
martedì 17 febbraio 2009
Didattica interattiva
Per fortuna poco fa ho dovuto assentarmi per essere presente a un consiglio di classe; ora però son di nuovo nel mio corso di aggiornamento e l'unico modo per non sbadigliare è di pasticciare nel mio blog.
Penso che se non stessi bloggando potrei addormentarmi e cadere dalla sedia :-(
A questo punto ho ormai sviluppato una grande comprensione per i miei alunni che durante le ore di scuola ogni tanto leggono e scrivono SMS e anzi mi sto chiedendo: "Ma come mai non abbiamo il wireless in tutto l'edificio, così che chi si sta annoiando durante la lezione potesse almeno leggere cose belle sul web o scrivere nei propri blog o ascoltare un po' di bella musica?"
Se i miei colleghi venissero a sapere cosa sto pensando mi ostracizzerebbero.
Be', intanto ho deciso che la prossima volta che vedrò un alunno usare il suo cellu, non gli dirò nulla.
martedì 3 febbraio 2009
Corso di aggiornamento Moodle
Quest'anno avevo pensato dapprima a un corso generico, organizzato dallo SGRUF (!) della PAT (!), su "Il plurilinguismo e il ruolo delle lingue nel curricolo verticale". Il primo incontro—giovedì scorso—è stato talmente barboso che ho deciso di non farmi più vedere.
Fortunatamente alcuni colleghi dell'istituto in cui lavoro hanno organizzato un corso in cinque incontri / venti ore sull'uso di Moodle.
Aspetto uno strumento del genere da un po'. Quanto meno da quando i tecnici dell'istituto in cui lavoro hanno deciso che non è più lecito nemmeno a noi insegnanti parcheggiare risorse nelle "aree/cartelle di scambio" delle classi, poiché gli alunni in breve tempo «riempiono quelle cartelle di robaccia». Grazie tecnici, siete davvero utili.
Il corso Moodle è davvero interessante. Tra le tante margherite (frasi piene d'aria) condivise tra noi partecipanti mi sembrano particolarmente degne di menzione:
- «le scuole in cui ho deambulato»
- «i corsi che ci hanno propinato»
- «in questo modo sono stati salvaguardati i diritti di tutti»
- «est modus in rebus»
- "ex cathedra"
- «naturalmente il vostro corso è tautologicamente "web-enhanced"»
- (parlare per quattro ore di séguito in relazione "uno a molti" e "uno a uno" e poi definire il proprio stile di insegnamento "non frontale")
Al di là delle margherite, in 43 anni di vita ho sempre visto gli italiani iniziare *qualsiasi* discorso su qualsivoglia argomento con una prolissa prefazione che parte dall'invenzione del fuoco (o se volete: dall'invenzione della ruota), e il corso di oggi non fa mica eccezione :-(
Altra fissa degli italiani: tenere perennemente accesa alle proprie spalle una cosiddetta slide che:
- non cambia mai
- c'entra poco o nulla con le cose di cui sto parlando
Devo ricordarmi di usare più immagini quando parlo, o comunque durante le mie lezioni.
Ah, simpatica anche l'abitudine di fare riferimento a risorse comunque non disponibili ai vostri ascoltatori—qui per esempio, figure presenti (forse) nel mondo accademico contemporaneo (e che non hanno nulla a che fare col nostro piccolo mondo antico di insegnanti):
- tutor
- mentor/moderatore
Mancano venti minuti alla conclusione dell'incontro di oggi e il corso ormai è diventato una specie di terapia di gruppo per insegnanti frustrati. Era proprio necessario? Devo calcolare attentamente a quante ore corrisponda esattamente il "75% delle ore di lezione totali (20 ore [totali] se non sbaglio)" necessario per ottenere l'attestato di frequenza del corso, così da evitare quel 25% (ebbene sì: cinque ore) che potrò permettermi di evitare scioltamente.
martedì 27 gennaio 2009
Armando Gasiani
Quindici anni fa, durante una lunga permanenza a Monaco (München) visitai il campo di Dachau (Nota bene per i miei strapagati “anchor persons” alla RAI: non si dice Dachàu, bensì Dàchau).
Sono uno di quelli che hanno già dentro sé i valori della “pubblicità progresso” ma non cambiano canale quando in TV c'è la pubblicità progresso; però Dachau non mi parlò.
Vedere il signor Gasiani (stamattina a colloquio con le nostre centinaia di alunni e alunne, e stasera nuovamente di fronte [accidenti!] a poche decine di persone adulte) e vederlo così fresco, leggero, umilmente ragazzino mi regala invece un lungo momento indimenticabile, l'emozione viscerale dei sentimenti vissuti e respirati.
Bene dice l'autore del racconto, Alessandro De Lisi, di sentirsi il vecchio della situazione nel confronto col giovanotto Gasiani. Non solo perché «poco fa, per salire qui al terzo piano, io [De Lisi] ho preso l'ascensore mentre lui [Gasiani] ha fatto le scale, a piedi»; ma anche perché De Lisi parla col peso della cultura degli “imparati”, mentre Gasiani si esprime con l'immediatezza corporea e terragna dei figli della civiltà contadina («eravamo ventidue in famiglia»), con l'emozionante spontaneità del ragazzino ancora carico di stupore.
Grazie gentile testimone Armando Gasiani, grazie Alessandro De Lisi, grazie caro collega Giuseppe Fusi e grazie a tutti quelli che hanno collaborato a Rovereto per farmi questo regalo prezioso.
Buona giornata della memoria a tutti.
