Ebbene sì, oggi mi dedico alle mutande. Le mie? Ma va là. A quelle dei nostri scolari.
Negli ultimi anni—per chi non se ne fosse accorto—dopo la moda della vita ultrabassa per le femmine (con tanghino in vista, forse a scongiurare che qualcuno possa dire: «Guarda quella là che sporcacciona, non mette neanche le mutande»?) si sta imponendo tra i maschietti la vita-sotto-la-piega-del-sedere.
Com'è possibile questo? Ma semplice: indossando dei parigamba—generalmente neri o blu, oppure coloratissimi, a righe, molto appariscenti. E accettando di camminare come tanti derelitti.
La domanda che mi sorge sempre spontanea è: ma come fanno a "stare su" quei pantaloni? Per caso i maschietti sotto la felpa extralarge e extralong indossano le tiracche (=bretelle)?
No, niente tiracche.
Molto semplicemente, quei pantaloni stanno "su" per miracolo.
Un grosso aiuto viene dalla mano, continuamente impegnata (o da sola sul retro, o con la compagna tramite impugnatura sui fianchi) a tirar su ciò che, in ossequio alle misteriose leggi della fisica, di per sé cade.
Le scene più ridicole avvengono sulle scale del nostro istituto, dove maschi e femmine nel salire le scale sono costretti a metter mano continuamente (almeno ogni cinque scalini) alla braga scivolata in giù.
La differenza tra maschioni e femminucce sta nel fatto che le femmine allungano la mano verso il retro con fare quasi pudico e generalmente—mi pare—in reazione alla presenza percepita sul retro di un possibile osservatore adulto; il gesto è quasi sempre accompagnato a uno sguardo laterale verso l'osservatore—intendo per sguardo laterale quello sguardo tipicamente femminile che non fissa l'oggetto direttamente, ma lo apprezza con la coda dell'occhio.
Viceversa i maschi eseguono l'indispensabile manovra correttiva senza apparente percezione di un'osservazione esterna; e mentre il gesto femminile tende a essere—o voler sembrare—nascosto (come se la persona credesse realmente che facendo finta che nessuno se ne accorga, per magia effettivamente nessuno dovesse accorgersene), il gesto maschile è non meno stereotipo nella sua platealità, nel suo "essere (co)scientemente pubblico".
La differenza nel gesto nasce dalla diversa architettura vestimentaria (!): mentre nelle femmine la caduta della braga apparentemente non influisce più di tanto sulla funzionalità ambulatoria, permettendo comunque—sia pur a prezzo di un'aumentata fatica e della pubblica esposizione della parte alta delle natiche—anche di salire le scale, un maschio (o qualsiasi persona) con le braghe calate all'altezza dell'inguine è realmente impedito o impossibilitato non solo nel salire le scale, ma anche nel compiere passi della lunghezza ormai tradizionale per la specie umana.
Osservate questi begli esemplari adolescenziali e vi renderete conto di persona che l'ambulazione è realmente modificata rispetto all'iconografia (cinematografia?) che conserviamo nel nostro ricordo. Al camminare pensoso, meditativo concorrono le scarpe—talvolta estremamente appiattite al suolo come le zampe di un papero, talaltra di dimensioni turgide al di là di qualsiasi considerazione pratica; sempre però rigorosamente slacciate. (I lacci però sono invariabilmente sistemati con gran cura secondo un'estetica che come impone nella grafia manuale di eliminare il punto sulla i minuscola, così nell'abbigliarsi impone la soppressione visiva del capo dei lacci oltre che di qualsiasi nodo visibile. Fateci caso.)
I colleghi insegnanti di educazione fisica riferiscono periodicamente di infortuni comici avvenuti durante una corsa degli allievi o durante una partita a calcetto: nel caso più lieve la scarpa slacciata viene persa e deve essere recuperata; nel caso meno simpatico un altro allievo riceve una sonora ciabattata in faccia. Cerco di immaginare queste lezioni dove le scarpe volano da tutte le parti come in una vignetta di Calvin & Hobbes. Darei qualcosa per poter essere lì con una videocamera nel momento giusto.
Un giorno ho chiesto a un allievo di spiegarmi dove si procuri quei jeans a vita ultrabassa ma lui mi ha mostrato che erano semplicemente jeans normalissimi, ma tre o quattro taglie più grandi: giusto quel tanto che serviva a farli cadere e afflosciarsi di quel tanto che nel circolo dei suoi pari evidentemente si considera "gallo".
Ho chiesto a qualche genitore di spiegarmi cosa pensi del fatto che suo figlio vada in giro (e venga a scuola) col sedere fuori dalle braghe e mi è stato detto: «Ma quando mio figlio esce di casa ha i pantaloni con la cintura in vita, in ordine.» (Il figlio slaccia la cintura e cala le braghe mentre scende le scale del condominio, così che già alla fermata dell'autobus i "pari" possano prenderlo sul serio.)
Chiederei volentieri a qualche madre (e a qualche padre, perché no?) cosa pensi del fatto che sua figlia vada in giro mostrando il sedere; e vorrei anche sapere quale genitore compera alla propria figlioletta adolescente quegli straccetti che sembrano piuttosto fili interdentali che mutande.
Immagino che rispondere sensatamente, dimostrando coerenza pedagogica, sarebbe difficile.
Vorrei anche chiedere: «Lei che effetto crede che faccia a noi insegnanti vedere Sua figlia anche in pieno inverno con metà del seno pubblicamente esposto, oltre all'imboccatura delle natiche e a una discreta dose di ciccioli (fianchi e pancino)? Lei si rende conto del fatto che noi insegnanti nella scuola siamo lavoratori? E si rende conto del fatto che siamo a scuola—non in una discoteca?»
Ma forse sono domande troppo complicate.
domenica 7 dicembre 2008
Mutande e scarpe
sabato 6 dicembre 2008
Acchito
Avete mai incontrato un acchito per la strada? No? Be', nemmeno io. Eppure quando dico (se dicessi) «di primo acchito» mi aspetterei che la gente mi capisse. Non che io usi gli acchiti più di tanto; ma un pajo di giorni fa volevo rendere in italiano l'espressione tedesca: «auf Anhieb» e m'è venuto in mente—appunto—l'acchito.
Non l'avessi mai fatto! «Ma prof, cosa vuol dire "acchito"?»
Vai tu a spiegare l'acchito!
Io chiedo ogni tanto alle mie alunne—anche agli alunni maschi, ma siccome il 99% dei miei alunni sono ragazze di sesso femminile :-D io le chiamo democraticamente "ragazze"—, insomma chiedo loro se leggono (nel senso di leggersi ogni tanto un buon libro), ma non si va tanto lontani.
Quando lavoravo in scuola media leggevano sì e no i "Piccoli brividi" (YUCK!), qui è già tanto se leggono Moccia Federico o Meyer StephEnie (sic).
Mi ricordo di non aver mai avuto una grande considerazione per le mie letture—non ora, tanto meno da adolescente—ma confrontato con 'sta gente qui, potrei essere ammesso all'Accademia dei Lincei.
La domanda che mi pongo da un pajo d'anni è: «Leggere (inteso nel senso di leggere un po' di tutto e possibilmente anche testi con una qualche pretesa di letterarietà, dunque di carattere artistico) è o non è utile a formare e arricchire il patrimonio linguistico di una persona?»
Da ragazzo (ancora vent'anni fa, poiché oggi ne ho 43) ero molto scettico verso l'etichetta "letterario/artistico"—ne ero diffidente, mettevo continuamente in dubbio il valore di quella categoria.
Da quando lavoro come insegnante son costretto sempre più a rendermi conto di quanto sia cambiata la morale diffusa/egemone del testo (cioè della "gente" rispetto ai testi).
L'arrivo degli SMS ci ha portato torture linguistiche (ke per che, nn per non, eccetera) che parevano imposti (!) da esigenze comunicative tanto attuali quanto adeguate al mezzo: sai che tortura, prima dell'era T9, esser costretti a scrivere le parole per esteso (!), una per una?
Io non mi son mai sognato di costringere alcuno a decifrare mie abbreviazioni o storpiature deliranti (ho troppo rispetto per il tempo degli altri) ma si sa, siamo tutti diversi.
Il fatto è che 'sta gente insiste a scrivere in quel modo anche oggi, su cellulari da 500€ che tra un po' hanno il riconoscimento vocale speech to text! E questi, come li giustifichi?
Per non dire delle famose pagine di "MSN Spaces"—in 98 casi su cento persino peggio dei primi esperimenti dei coatti su Geocities: singole pagine lunghissime, dal caricamento eterno, dagli sfondi tipicamente oscuri e coperti di caratteri improbabili in dimensioni microscopiche.
Io ho sempre coltivato l'idea della "qualità" (l'ho messa tra virgolette apposta, come se fosse una bestia rara e pericolosa da custodire tra sbarre sicure) fin da prima di leggere "Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta" di Robert Pirsig ("Zen and the Art of Motorcycle Maintenance").
In un periodo in cui lavorai per un datore di lavoro privato ebbi l'incombenza di mantenere aggiornato il "Manuale della qualità" aziendale e non riuscivo a capacitarmi che fosse necessario un manuale della qualità per far sì che i lavoratori seguissero delle procedure di coerenza, tracciabilità e condivisibilità. Mi fu spiegato che l'idea di qualità non è affatto "connaturata" all'essere umano: non è innata.
Nel primo periodo dell'era internet appresi umilmente l'html e Javascript e per anni ho fatto, con le mie mani, siti web per pubblicare fotografie (di paesaggi e di amici). Se penso da un lato alla cura certosina e alla cura maniacale del dettaglio che io ho sempre messo anche in quelle mie produzioni, e dall'altro alla trascuratezza generale e diffusa che sembra imperare adesso («non posso mica perdermi in cavolate, io»)... Be', mi vien male.
Alle mie alunne sembra normale scrivere le "i" senza il puntino. Quando faccio loro notare che la i va scritta col punto, esse si stupiscono.
Quest'anno, con l'idea di provare a tenere meglio il contatto con i miei alunni, ho accettato l'invito di qualcuno di loro e ho installato una mia netpresenz anche su Netlog. Be', aNdAtE Un Po' A vEdErE CoMe Si ScRiVe sU nEtLoG. La cosa buffa è che molta di quella gente sta frequentando scuole dove imparano anche a "dattiloscrivere". Che tenerezza quella loro incoerenza, vero? Noi forniamo loro gratuitamente (be', a spese della comunità) corsi di trattamento testi, e loro scrivono con un ditino solo: l'altro è impegnato a calcare il tasto delle majuscole :-(
Non l'avessi mai fatto! «Ma prof, cosa vuol dire "acchito"?»
Vai tu a spiegare l'acchito!
Io chiedo ogni tanto alle mie alunne—anche agli alunni maschi, ma siccome il 99% dei miei alunni sono ragazze di sesso femminile :-D io le chiamo democraticamente "ragazze"—, insomma chiedo loro se leggono (nel senso di leggersi ogni tanto un buon libro), ma non si va tanto lontani.
Quando lavoravo in scuola media leggevano sì e no i "Piccoli brividi" (YUCK!), qui è già tanto se leggono Moccia Federico o Meyer StephEnie (sic).
Mi ricordo di non aver mai avuto una grande considerazione per le mie letture—non ora, tanto meno da adolescente—ma confrontato con 'sta gente qui, potrei essere ammesso all'Accademia dei Lincei.
La domanda che mi pongo da un pajo d'anni è: «Leggere (inteso nel senso di leggere un po' di tutto e possibilmente anche testi con una qualche pretesa di letterarietà, dunque di carattere artistico) è o non è utile a formare e arricchire il patrimonio linguistico di una persona?»
Da ragazzo (ancora vent'anni fa, poiché oggi ne ho 43) ero molto scettico verso l'etichetta "letterario/artistico"—ne ero diffidente, mettevo continuamente in dubbio il valore di quella categoria.
Da quando lavoro come insegnante son costretto sempre più a rendermi conto di quanto sia cambiata la morale diffusa/egemone del testo (cioè della "gente" rispetto ai testi).
L'arrivo degli SMS ci ha portato torture linguistiche (ke per che, nn per non, eccetera) che parevano imposti (!) da esigenze comunicative tanto attuali quanto adeguate al mezzo: sai che tortura, prima dell'era T9, esser costretti a scrivere le parole per esteso (!), una per una?
Io non mi son mai sognato di costringere alcuno a decifrare mie abbreviazioni o storpiature deliranti (ho troppo rispetto per il tempo degli altri) ma si sa, siamo tutti diversi.
Il fatto è che 'sta gente insiste a scrivere in quel modo anche oggi, su cellulari da 500€ che tra un po' hanno il riconoscimento vocale speech to text! E questi, come li giustifichi?
Per non dire delle famose pagine di "MSN Spaces"—in 98 casi su cento persino peggio dei primi esperimenti dei coatti su Geocities: singole pagine lunghissime, dal caricamento eterno, dagli sfondi tipicamente oscuri e coperti di caratteri improbabili in dimensioni microscopiche.
Io ho sempre coltivato l'idea della "qualità" (l'ho messa tra virgolette apposta, come se fosse una bestia rara e pericolosa da custodire tra sbarre sicure) fin da prima di leggere "Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta" di Robert Pirsig ("Zen and the Art of Motorcycle Maintenance").
In un periodo in cui lavorai per un datore di lavoro privato ebbi l'incombenza di mantenere aggiornato il "Manuale della qualità" aziendale e non riuscivo a capacitarmi che fosse necessario un manuale della qualità per far sì che i lavoratori seguissero delle procedure di coerenza, tracciabilità e condivisibilità. Mi fu spiegato che l'idea di qualità non è affatto "connaturata" all'essere umano: non è innata.
Nel primo periodo dell'era internet appresi umilmente l'html e Javascript e per anni ho fatto, con le mie mani, siti web per pubblicare fotografie (di paesaggi e di amici). Se penso da un lato alla cura certosina e alla cura maniacale del dettaglio che io ho sempre messo anche in quelle mie produzioni, e dall'altro alla trascuratezza generale e diffusa che sembra imperare adesso («non posso mica perdermi in cavolate, io»)... Be', mi vien male.
Alle mie alunne sembra normale scrivere le "i" senza il puntino. Quando faccio loro notare che la i va scritta col punto, esse si stupiscono.
Quest'anno, con l'idea di provare a tenere meglio il contatto con i miei alunni, ho accettato l'invito di qualcuno di loro e ho installato una mia netpresenz anche su Netlog. Be', aNdAtE Un Po' A vEdErE CoMe Si ScRiVe sU nEtLoG. La cosa buffa è che molta di quella gente sta frequentando scuole dove imparano anche a "dattiloscrivere". Che tenerezza quella loro incoerenza, vero? Noi forniamo loro gratuitamente (be', a spese della comunità) corsi di trattamento testi, e loro scrivono con un ditino solo: l'altro è impegnato a calcare il tasto delle majuscole :-(
sabato 24 maggio 2008
Finalmente (di nuovo) sabato!
(Giorno 8):
Oggi è stata una giornata proprio stravissuta! Stamattina ho fatto una megapedalata con la bici strafichissima che ho noleggiato, andando verso sud e arrivando fino a Großmoor [Palude grande] e poi Adelheidshausen [Adelaidòpoli, Casa d'Adelaide (ma senza le laide...)]. Che bello pedalare in pianura! Senza fatica, sempre diritto, lunghi viali alberati sempre diritti, senza macchine. Villette ordinate con giardini amorevoli, stradine linde alberate, boschi (molti!), piste ciclabili... Ach, Teutschland. Das Land, in dem ich auf die Welt kam und mein erstes Licht sah.
Pranzo in un café con fetta di torta (Frankfurter Kranz — ghirlanda di Francoforte) e tazzona di caffè, poi luuunga ciacolada con the Orians e the Wehmeier (ormai Hans, senza neanche più Joachim) su ore di lavoro degli insegnanti tedeschi, stipendi e doveri e diritti. Lui se la tira dicendo che loro (loro) fanno 24 ore di cattedra anziché le nostre 18, ma poi viene fuori che conta 24 ore di 45 minuti, cioè... Serviva dirlo? 18 ore di 60 minuti... Ah, ah, ah.
Però i loro stipendi sono, con la mia anzianità — cioè dopo un paio di anni (sei, presto sette anni scolastici alle spalle) — non 1450€, bensì circa 2500€. Mica male. Anche in Austria ca. 2300€. Che fregatura.
Ah, nei giorni scorsi ho fatto caso alle vetrine delle agenzie immobiliari. Qui una villetta singola con giardino la prendi già per 100.000€. Meglio cominciare a fare i conti, vecio.
Dopo il café siamo andati alla meravigliosa piscina scoperta di Celle: un complesso strabellissimo con piscine coperte (anche una piscinetta di acqua salata, calda) e una piscinona scoperta (oltre a sauna, bagno turco e massaggi) con attorno tanto bellissimo prato.
2,20€ per un'ora, 3,40€ per tre ore o 9€ per tutta la giornata (prezzi senza sauna ecc.).
Mi sono fatto un paio di nuotate bellissime nella piscina scoperta (a mia domanda il personale spiega che il cloro nell'acqua sì, c'è, ma lo producono in casa per elettrolisi anziché comperarlo pronto e dunque riescono a usarne pochissimo — infatti io proprio non l'avevo sentito (la mia pelle ODIA il cloro!).
Sole, caldo, tutto bellissimo e pulitissimo (anche i bagnanti!). Mentre a casa — a Rovereto e a Riva — sta piovendo già da tutta la settimana. Bene così anziché il contrario, una volta tanto.
Oggi è stata una giornata proprio stravissuta! Stamattina ho fatto una megapedalata con la bici strafichissima che ho noleggiato, andando verso sud e arrivando fino a Großmoor [Palude grande] e poi Adelheidshausen [Adelaidòpoli, Casa d'Adelaide (ma senza le laide...)]. Che bello pedalare in pianura! Senza fatica, sempre diritto, lunghi viali alberati sempre diritti, senza macchine. Villette ordinate con giardini amorevoli, stradine linde alberate, boschi (molti!), piste ciclabili... Ach, Teutschland. Das Land, in dem ich auf die Welt kam und mein erstes Licht sah.
Pranzo in un café con fetta di torta (Frankfurter Kranz — ghirlanda di Francoforte) e tazzona di caffè, poi luuunga ciacolada con the Orians e the Wehmeier (ormai Hans, senza neanche più Joachim) su ore di lavoro degli insegnanti tedeschi, stipendi e doveri e diritti. Lui se la tira dicendo che loro (loro) fanno 24 ore di cattedra anziché le nostre 18, ma poi viene fuori che conta 24 ore di 45 minuti, cioè... Serviva dirlo? 18 ore di 60 minuti... Ah, ah, ah.
Però i loro stipendi sono, con la mia anzianità — cioè dopo un paio di anni (sei, presto sette anni scolastici alle spalle) — non 1450€, bensì circa 2500€. Mica male. Anche in Austria ca. 2300€. Che fregatura.
Ah, nei giorni scorsi ho fatto caso alle vetrine delle agenzie immobiliari. Qui una villetta singola con giardino la prendi già per 100.000€. Meglio cominciare a fare i conti, vecio.
Dopo il café siamo andati alla meravigliosa piscina scoperta di Celle: un complesso strabellissimo con piscine coperte (anche una piscinetta di acqua salata, calda) e una piscinona scoperta (oltre a sauna, bagno turco e massaggi) con attorno tanto bellissimo prato.
2,20€ per un'ora, 3,40€ per tre ore o 9€ per tutta la giornata (prezzi senza sauna ecc.).
Mi sono fatto un paio di nuotate bellissime nella piscina scoperta (a mia domanda il personale spiega che il cloro nell'acqua sì, c'è, ma lo producono in casa per elettrolisi anziché comperarlo pronto e dunque riescono a usarne pochissimo — infatti io proprio non l'avevo sentito (la mia pelle ODIA il cloro!).
Sole, caldo, tutto bellissimo e pulitissimo (anche i bagnanti!). Mentre a casa — a Rovereto e a Riva — sta piovendo già da tutta la settimana. Bene così anziché il contrario, una volta tanto.
mercoledì 21 maggio 2008
La mia prima "Hospitation"
Giorno 5:
Hospitation im Englisch-Unterricht in einer zehnten Klasse (con Alan, Bojana e Veronica)
La prof mi accoglie in classe insieme ai nostri tre alunni, «nonostante che oggi non sia una lezione normale, rilassata come solito»: durante la settimana prossima la prof sarà assente, ma la settimana seguente questa classe farà una Klassenarbeit [verifica scritta] che concluderà l'argomento che stanno trattando.
Lezione interamente frontale in lingua esclusivamente inglese. Si parla di un racconto che hanno giusto finito di leggere [James A. BALDWIN: "Sonny's blues"], che racconta la storia di un ragazzo (un nero americano) che cresce in un ambiente difficile e si trova a dover scegliere tra più comportamenti possibili.
La prof costruisce un parallelo tra il racconto che è stato letto e "Der gute Mensch von Sezuan" di Bertolt Brecht [L'uomo buono / L'anima buona di Sezuan]. Spiega (se capisco bene) che per rispondere bene alle domande della verifica scritta dovranno riuscire a stabilire delle connessioni tra il testo inglese e il testo di Brecht.
Poi la prof invita gli alunni a leggere dal testo — uno alla volta, controllandone la pronuncia e talvolta fermandoli per correggerli.
Si percepisce l'accento tedesco degli alunni, però è una pronuncia senz'altro migliore di quella dei nostri; quando poi si tratta di produrre messaggi orali propri, noto un livello decisamente elevato, che mostra una dimestichezza invidiabile.
(sto scrivendo durante la lezione)
Hospitation im Englisch-Unterricht in einer zehnten Klasse (con Alan, Bojana e Veronica)
La prof mi accoglie in classe insieme ai nostri tre alunni, «nonostante che oggi non sia una lezione normale, rilassata come solito»: durante la settimana prossima la prof sarà assente, ma la settimana seguente questa classe farà una Klassenarbeit [verifica scritta] che concluderà l'argomento che stanno trattando.
Lezione interamente frontale in lingua esclusivamente inglese. Si parla di un racconto che hanno giusto finito di leggere [James A. BALDWIN: "Sonny's blues"], che racconta la storia di un ragazzo (un nero americano) che cresce in un ambiente difficile e si trova a dover scegliere tra più comportamenti possibili.
La prof costruisce un parallelo tra il racconto che è stato letto e "Der gute Mensch von Sezuan" di Bertolt Brecht [L'uomo buono / L'anima buona di Sezuan]. Spiega (se capisco bene) che per rispondere bene alle domande della verifica scritta dovranno riuscire a stabilire delle connessioni tra il testo inglese e il testo di Brecht.
Poi la prof invita gli alunni a leggere dal testo — uno alla volta, controllandone la pronuncia e talvolta fermandoli per correggerli.
Si percepisce l'accento tedesco degli alunni, però è una pronuncia senz'altro migliore di quella dei nostri; quando poi si tratta di produrre messaggi orali propri, noto un livello decisamente elevato, che mostra una dimestichezza invidiabile.
(sto scrivendo durante la lezione)
sabato 17 maggio 2008
Perso e ritrovato
Giorno 1:
Tutto bene fino a Monaco-München: a Rovereto in stazione ho trovato i boci / le boce con i genitori, facce contente anche dai genitori, partenza in orario, al Brennero sono persino riuscito a imbucare le cartoline dell'autolettura dei contatori del gas e della luce (avevo scordato di farlo a Rovereto...); trasbordo tecnico a Rosenheim su un treno già carico di gente in piedi (avevano riservato i posti a sedere anche loro — ma sul treno "sbagliato", da cui li avevano trasbordati su quello lì: certe cose ormai succedono evidentemente anche in Germania...) e noi avevamo i posti riservati; a Monaco ammiro gli ICE in stazione: sono proprio bellissimi già dal di fuori, chissà dentro?
Io con otto alunni mi avvio verso il settore "E", dove è previsto che si fermi la nostra carrozza, la 4; la collega va con gli altri sei a prendere un caffè.
Trovata la carrozza, comincio a far salire gli alunni. «Ma prof, i numeri qui sono sbagliati!» «No, fidati, cerca ancora.» Mi avvio dall'esterno verso l'altro capo del vagone, insieme a me viene uno degli alunni. Li ritrovo in fondo al vagone: «Ma prof, non troviamo il numero!»
Io sono indeciso se salire subito, insieme agli alunni che sono già a bordo, o aspettare la collega che dovrebbe ormai star arrivando insieme agli altri. Guardo in giù lungo la pensilina ma non riconosco nessuno. Decido di salire per controllare che si siedano sui posti prenotati. Ho lo zaino sulle spalle, lascio la mia valigia giù — tanto scendo tra un attimo, no?
Salgo, vado un attimo nel vagone successivo (il quinto) per verificare se magari non abbiano ragione (strano, però — cosa c'entra la numerazione col vagone? La numerazione dovrebbe ripetersi uguale su ogni vagone — o no?).
Faccio due passi in là, quando dalle mie spalle arriva un'altra voce: «Ecco, li ho trovati! Sono qui!» CVD — come volevasi dimostrare.
Torno sui miei passi, faccio per scendere a prendere la mia valigia — e la porta è chiusa. Che porte silenziose, però! Ah, che efficienza.
Il treno si sta muovendo. Il treno si sta muovendo?
Com'è possibile? Il treno non è mica partito — non l'ho sentito partire... «Prof, Alan non è salito! E neanche gli altri sono saliti!» Ops ancora. Dov'è la mia valigia?
Premo il tasto apriporta. Ops. La porta non si apre. Sarà guasta (strano, però — un ICE, in Germania, con una porta guasta? Boh). Torno alla porta del vagone seguente, provo lì. Ri-ops. Anche questa porta non si apre. Ah, l'elettronica. Bella cosa. Bei pulsanti: si illuminano quando li tocchi. Di una simpatica luce rossa, molto discreta. Uno stile elegante. Mi piace.
I ragazzini mi vengono incontro: «Prof, ma dove sono gli altri?» «Prof, Alan non è salito! Prof, cosa facciamo? Prof, ma il treno è partito!»
Ho visto passare poco fa un siùr con la divisa, distribuiva il piano di viaggio (che gallo, qui in Germania sali sul treno e passa uno a distribuire il piano di viaggio? Pfff...). Corro dall'altra parte (verso la testa del treno) alla ricerca del siùr con la divisa.
Corri, corri. Siùr con la divisa. «Il treno è partito ma un mio alunno è rimasto a terra.» «Sì, il treno è partito.» «Ho provato a riaprire le porte, ma non si sono aperte.» «Sì, le porte non si aprono.» «Ma non si può fare qualcosa?» «Vada dal capotreno.» «Il capotreno? E dov'è?» «Vada verso la coda del treno, lo troverà là.»
Vado. Mi affretto. Corro. Carrozza quattro. Un'alunna mi viene incontro. «Prof, ma Alan è rimasto giù! E gli altri dove sono? Non sono saliti! Prof, Alan non è salito! COSA FACCIAMO?» Giulia, siediti. Lasciami passare, corro a cercare il capotreno.
Corro in giù. Facce sorprese: non hanno mai perso un alunno.
Ah, la collega. Con i suoi sei alunni. Sollievo. «Alan è con voi?» «Alan? Ma non era dov'eri tu? Ho visto che stava venendo in su, pensavo che vi avesse già raggiunto.» «No, cioè sì, era dov'eravamo noi, ma non l'ho visto salire, dev'essere rimasto giù. Sto cercando il capotreno.» Corro in giù.
Corro ancora. Una divisa. Ah, eccolo. Sta controllando i biglietti.
Mi avvicino di fretta, mi vede. Continua a controllare i biglietti. Ma non vede che ho perso un alunno? Ho fretta.
Lui mi ha visto, ma controlla i biglietti. Aspetto. Ah, ora tocca a me. Spiego. Non fa una piega. Prende il telefono, mi chiede un paio di volte il nome del ragazzo, lo ripete nel telefono, chiude. Mi dice: «Ora fanno un annuncio in stazione, col nome del ragazzo. Viene messo sul primo treno successivo per Hannover e preso in consegna personalmente dal capotreno.»
Wow.
Torno dagli altri, chiamiamo Alan, gli spiego cosa succederà. Gallo Alan, tranquillo.
Chiamiamo a casa sua per avvisare i genitori, ma risponde la segreteria. Preferiamo poter spiegare la cosa direttamente.
Richiamiamo Alan. I genitori li ha già avvisati lui.
Durante il pomeriggio scambio una serie di SMS con Alan. Scherziamo, ci prendiamo in giro e mi tranquillizzo perché non mi sembra preoccupato.
Doveva essere l'inizio della parte più lussuosa del viaggio (da lì a Hannover con l'ICE, InterCity Express), spero che vada tutto bene (sto scrivendo sul treno, ora sono le sei) e che i genitori (prima o poi?) non mi vogliano scuoiare vivo. Brrr... Vabbe' che stiamo andando verso l'estate, ma magari è doloroso.
Con la collega abbiamo deciso che lei da Hannover proseguirà subito il viaggio verso Celle, mentre io mi fermerò a aspettare Alan.
(to be continued)
Tutto bene fino a Monaco-München: a Rovereto in stazione ho trovato i boci / le boce con i genitori, facce contente anche dai genitori, partenza in orario, al Brennero sono persino riuscito a imbucare le cartoline dell'autolettura dei contatori del gas e della luce (avevo scordato di farlo a Rovereto...); trasbordo tecnico a Rosenheim su un treno già carico di gente in piedi (avevano riservato i posti a sedere anche loro — ma sul treno "sbagliato", da cui li avevano trasbordati su quello lì: certe cose ormai succedono evidentemente anche in Germania...) e noi avevamo i posti riservati; a Monaco ammiro gli ICE in stazione: sono proprio bellissimi già dal di fuori, chissà dentro?
Io con otto alunni mi avvio verso il settore "E", dove è previsto che si fermi la nostra carrozza, la 4; la collega va con gli altri sei a prendere un caffè.
Trovata la carrozza, comincio a far salire gli alunni. «Ma prof, i numeri qui sono sbagliati!» «No, fidati, cerca ancora.» Mi avvio dall'esterno verso l'altro capo del vagone, insieme a me viene uno degli alunni. Li ritrovo in fondo al vagone: «Ma prof, non troviamo il numero!»
Io sono indeciso se salire subito, insieme agli alunni che sono già a bordo, o aspettare la collega che dovrebbe ormai star arrivando insieme agli altri. Guardo in giù lungo la pensilina ma non riconosco nessuno. Decido di salire per controllare che si siedano sui posti prenotati. Ho lo zaino sulle spalle, lascio la mia valigia giù — tanto scendo tra un attimo, no?
Salgo, vado un attimo nel vagone successivo (il quinto) per verificare se magari non abbiano ragione (strano, però — cosa c'entra la numerazione col vagone? La numerazione dovrebbe ripetersi uguale su ogni vagone — o no?).
Faccio due passi in là, quando dalle mie spalle arriva un'altra voce: «Ecco, li ho trovati! Sono qui!» CVD — come volevasi dimostrare.
Torno sui miei passi, faccio per scendere a prendere la mia valigia — e la porta è chiusa. Che porte silenziose, però! Ah, che efficienza.
Il treno si sta muovendo. Il treno si sta muovendo?
Com'è possibile? Il treno non è mica partito — non l'ho sentito partire... «Prof, Alan non è salito! E neanche gli altri sono saliti!» Ops ancora. Dov'è la mia valigia?
Premo il tasto apriporta. Ops. La porta non si apre. Sarà guasta (strano, però — un ICE, in Germania, con una porta guasta? Boh). Torno alla porta del vagone seguente, provo lì. Ri-ops. Anche questa porta non si apre. Ah, l'elettronica. Bella cosa. Bei pulsanti: si illuminano quando li tocchi. Di una simpatica luce rossa, molto discreta. Uno stile elegante. Mi piace.
I ragazzini mi vengono incontro: «Prof, ma dove sono gli altri?» «Prof, Alan non è salito! Prof, cosa facciamo? Prof, ma il treno è partito!»
Ho visto passare poco fa un siùr con la divisa, distribuiva il piano di viaggio (che gallo, qui in Germania sali sul treno e passa uno a distribuire il piano di viaggio? Pfff...). Corro dall'altra parte (verso la testa del treno) alla ricerca del siùr con la divisa.
Corri, corri. Siùr con la divisa. «Il treno è partito ma un mio alunno è rimasto a terra.» «Sì, il treno è partito.» «Ho provato a riaprire le porte, ma non si sono aperte.» «Sì, le porte non si aprono.» «Ma non si può fare qualcosa?» «Vada dal capotreno.» «Il capotreno? E dov'è?» «Vada verso la coda del treno, lo troverà là.»
Vado. Mi affretto. Corro. Carrozza quattro. Un'alunna mi viene incontro. «Prof, ma Alan è rimasto giù! E gli altri dove sono? Non sono saliti! Prof, Alan non è salito! COSA FACCIAMO?» Giulia, siediti. Lasciami passare, corro a cercare il capotreno.
Corro in giù. Facce sorprese: non hanno mai perso un alunno.
Ah, la collega. Con i suoi sei alunni. Sollievo. «Alan è con voi?» «Alan? Ma non era dov'eri tu? Ho visto che stava venendo in su, pensavo che vi avesse già raggiunto.» «No, cioè sì, era dov'eravamo noi, ma non l'ho visto salire, dev'essere rimasto giù. Sto cercando il capotreno.» Corro in giù.
Corro ancora. Una divisa. Ah, eccolo. Sta controllando i biglietti.
Mi avvicino di fretta, mi vede. Continua a controllare i biglietti. Ma non vede che ho perso un alunno? Ho fretta.
Lui mi ha visto, ma controlla i biglietti. Aspetto. Ah, ora tocca a me. Spiego. Non fa una piega. Prende il telefono, mi chiede un paio di volte il nome del ragazzo, lo ripete nel telefono, chiude. Mi dice: «Ora fanno un annuncio in stazione, col nome del ragazzo. Viene messo sul primo treno successivo per Hannover e preso in consegna personalmente dal capotreno.»
Wow.
Torno dagli altri, chiamiamo Alan, gli spiego cosa succederà. Gallo Alan, tranquillo.
Chiamiamo a casa sua per avvisare i genitori, ma risponde la segreteria. Preferiamo poter spiegare la cosa direttamente.
Richiamiamo Alan. I genitori li ha già avvisati lui.
Durante il pomeriggio scambio una serie di SMS con Alan. Scherziamo, ci prendiamo in giro e mi tranquillizzo perché non mi sembra preoccupato.
Doveva essere l'inizio della parte più lussuosa del viaggio (da lì a Hannover con l'ICE, InterCity Express), spero che vada tutto bene (sto scrivendo sul treno, ora sono le sei) e che i genitori (prima o poi?) non mi vogliano scuoiare vivo. Brrr... Vabbe' che stiamo andando verso l'estate, ma magari è doloroso.
Con la collega abbiamo deciso che lei da Hannover proseguirà subito il viaggio verso Celle, mentre io mi fermerò a aspettare Alan.
(to be continued)
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